Crea sito

IL NOTIZIARIO DI ARETE

 

SEDI:

VARESE – Via Maspero, 20    

SESTO CALENDE – P.za Berera, 15

Anno 10, gennaio 2017 N. 100

Cari amici,

con gioia e commozione constato che siamo arrivati al numero 100 con il nostro Notiziario! Siamo al 10° anno! Mi sembra ieri che ho incominciato a scrivere questo foglio alla buona, dove ho messo però tante energie. E voi mi avete aiutato scrivendo le vostre testimonianze (che poi sono finite nel libretto “Le nostre storie”), le vostre riflessioni, le vostre poesie e quant’altro avete voluto inserire nel Notiziario. Di questo vi ringrazio.

Giuliana

PROGETTI, INIZIATIVE, NOVITA’, COSE FATTE INSIEME ecc.

Notizie da Luigi

Dopo l’incidente con la moto ora sta meglio. Sta facendo la riabilitazione del braccio destro e della spalla. Forse verrà a trovarci tra non molto. Auguri Luigi! Ti aspettiamo.

Gruppo di Luigi Araba Fenice

Continuiamo a trovarci . Però gli incontri sono di nostra soddisfazione e già avvengono incontri fuori dal gruppo. Quando tornerà Luigi faremo opera di volantinaggio presso i medici di base e le farmacie. Magari penseremo anche a qualcosa d’altro per pubblicizzare il gruppo.

NOTIZIE DAL MONDO

PROBLEMI DI AUTOSTIMA? TENDERAI A MANGIARE PIÙ CIBO SPAZZATURA

Secondo uno studio chi si sente inferiore rispetto agli altri tende a mangiare più cibi grassi. Una possibile spiegazione potrebbe trovarsi nella nostra storia evolutiva.

Dimmi come mangi e ti dirò quanto guadagni. È questa la scoperta di una coppia di ricercatori della Nanyang Technological University di Singapore e dell’Università cinese di Hong Kong, secondo cui le persone con bassa autostima tenderebbero a desiderare e consumare alimenti più grassi.

Nel loro studio, apparso su Proceedings of National Academy of Sciences, Bobby Cheon e Ying-Yi Hong descrivono quattro studi che hanno portato alle stesse conclusioni: il primo esperimento, per esempio, dimostra come le persone con un reddito inferiore tendono a essere più obese rispetto a quelle con un reddito più in alto.

In particolare, i quattro esperimenti consistevano nel chiedere ad alcuni volontari di immaginare il loro posto in una scala socio-economica. Ai partecipanti, poi, è stato chiesto di compilare un questionario riguardo al loro desiderio di cibo a un buffet e descrivere quali tipi di alimenti avrebbero preferito mangiare (uno degli studi ha invitato volontari a un buffet reale, permettendo loro di mangiare una vasta scelta di cibi).

Secondo i risultati dello studio, quei volontari a cui è stato chiesto di immaginarsi all’ultimo posto della scala sociale (quello con un reddito più basso) non solo hanno immaginato di mangiare di più al buffet virtuale (e successivamente reale), ma erano anche più desiderosi di consumare alimenti più grassi rispetto agli altri partecipanti dello studio.

Questi risultati dimostrano che spesso i sentimenti di inferiorità causati per esempio da un basso reddito, spingono le persone a mangiare cibi non sani.

Una spiegazione potrebbe derivare dalla nostra storia adattiva, ovvero quando per le persone senza una fonte di cibo affidabile era conveniente mangiare di più quando disponibile e concentrarsi sui cibi più grassi, la scelta migliore per l’aggiunta di grasso, che veniva bruciato durante i tempi di magra”.

Il FACILITATORE dei nostri gruppi di auto aiuto per depressione ed ansia: chi è?

Nel gruppo di auto aiuto è la persona che, come coloro che stanno combattendo la malattia, ha vissuto questa esperienza; sta meglio, è un esempio di combattente: in questo senso è un valore, un esempio a cui mirare.

E’ sensibile a quanto emerge nel gruppo: sentimenti, bisogni, emozioni, paure, disinformazione, malintesi.

Favorisce un buon incontro di gruppo. Il modello di comunicazione è paritario, centrato su tutti i componenti in assoluta parità, finalizzato alla migliore relazione tra i membri.

Il facilitatore baserà il suo intervento, oltre sulle competenze e l’informazione, su calcoli intuitivi ed affettivi con la profonda convinzione della potenzialità e della creatività insite nel gruppo.

LETTERE DI PIETRO PER ANTONIO

6 dicembre 2016

Caro Antonio, io ti ringrazio perché tutti i giovedì tu vieni a trovarmi, e mi hai portato anche un panettone, ormai noi siamo diventati amici, per questo io ti voglio rifare gli auguri di buon Natale e buone feste, si aggiunge a me tutta la mia famiglia, ma io approfitto di questo mio scritto per essere uno dei primi che ti fa gli auguri, anche di buon anno nuovo, pieno di salute, felicità, tante cose belle a te e alla tua famiglia, si unisce a me tutta la mia famiglia.

Chi ti stima e ti vuol bene, un tuo amico

Pietro

2 gennaio 2017

Caro Antonio, è cominciato l’anno nuovo, e ti voglio fare gli auguri scrivendoti una lettera, tu mi sei sempre stato vicino, sia alle Terrazze che a casa mia, hai dimostrato di essere un vero amico. Io ti voglio fare gli auguri di buon anno a te e alla tua famiglia. Che sia un anno pieno di salute, felicità e tante cose belle, si aggiunge a me tutta la mia famiglia. Voglio scrivere queste lettere per ringraziare tutti quelli che mi sono stati vicini e tu sei uno di quelli.

Chiudo questo mio scritto ringraziandoti ancora di tutto quello che hai fatto per me, tuo amico

Pietro

Il progetto visite domiciliari.

Quando siamo partiti con questo Progetto ci chiedevamo se saremmo stati all’altezza. Ci siamo preparati con molta cura: corso di formazione molto esteso, riunioni tra di noi, riflessioni ecc.

Ora possiamo dire che ce l’abbiamo fatta. Queste lettere di Pietro sono consolanti e commoventi. Anch’io ho avuto molta soddisfazione dalle persone che ho visitato.

Quello che si fa, ti ritorna indietro dandoti molta gioia.

PILLOLE DI SAGGEZZA

(da P.L.Morselli, I DISTURBI DELL’UMORE, ed. Fondazione IDEA)

Mentre state curando la depressione, non tentate di modificare le vostre “cattive abitudini”. Se fumate, continuate a fumare; non modificate sostanzialmente le abitudini alimentari. Tutto questo potrete farlo una volta raggiunto il ricupero completo.

INFORMAZIONI

Nuove sigle per ASL e Ospedale in Lombardia

Forse vi interesserà sapere i nuovi nomi delle due Aziende.

L’OSPEDALE si chiama ora in Lombardia AZIENDA SOCIO SANITARIA TERRITORIALE = ASST

Il nostro Ospedale di Varese si chiama ASST Settelaghi

La ASL si chiama ora in Lombardia AGENZIA PER LA TUTELA DELLA SALUTE = ATS

La nostra ATS (Varese e Como) si chiama ATS dell’Insubria

Come vedete sono state accorpate le ASL di Varese e di Como.

PENSIERO DEL MESE

Tutti gli uomini sanno dare consigli e conforto al dolore che non provano.

William Shakespeare

—————————————————————-————————————————————————————————————————————————————————

Anno 8, marzo 2015 N. 78

Cari amici,
ecco di nuovo la primavera. Un impegno a ammirarla e godercela in tutta la sua meraviglia…

PRIMAVERA NOTIZIARIO

PROGETTI, INIZIATIVE, NOVITA’, COSE FATTE INSIEME ecc.

io e la dott.ssa Chiara Arria continuiamo a preparare le serate dedicate a perdita del lavoro/pensionamento e depressione. Avranno luogo tra maggio e giugno in vari comuni della provincia…ecco il volantino leggete e diffondete.

RICORDARE SIGNIFICA DIMENTICARE
Richiamare alla memoria un particolare aspetto di un evento passato porta a dimenticare tutti gli altri. Un nuovo studio ha infatti scoperto l’esistenza di un meccanismo cerebrale di controllo che permette di far emergere una singola traccia di memoria inibendo tutte quelle che potrebbero competere con essa
Quando la polizia interroga il testimone di un crimine, lo obbliga a ripetere la sua versione numerose volte, e se viene meno la sicurezza nel riferire alcuni dettagli la sua affidabilità diventa dubbia. Ma lo studio di un gruppo di ricercatori dell’Università di Birmingham e dell’Università di Cambridge pubblicato su “Nature Neuroscience” ha ora dimostrato che il degradarsi dei ricordi è un fenomeno fisiologico, dovuto proprio al richiamare ripetutamente la memoria di un evento. In sintesi, ricordare è uno dei meccanismi per cui si dimentica.
La memoria di un evento passato è costituita dal ricordo di singoli elementi. La ricerca, descritta in un articolo a prima firma Maria Wimber, dimostra che quando cerchiamo di ricordare un evento, i processi di richiamo dei singoli elementi sono in competizione tra loro. E il richiamo del ricordo di un aspetto attiva un meccanismo di controllo che sopprime tutti gli altri, che vengono così dimenticati.

Lo studio delle basi neurali dell’oblio è sempre stato complesso perché la firma caratteristica lasciata da un’esperienza nella memoria era difficile da individuare nell’attività neurale. Ora però le tecniche di imaging sono diventate così precise da riuscire a tracciare l’attività cerebrale prodotta da singoli ricordi.
Wimber e colleghi hanno sottoposto un gruppo di volontari ad alcuni test di memoria, monitorandone contemporaneamente l’attività cerebrale con risonanza magnetica funzionale: ciò ha permesso di evidenziare il “destino neuronale” di singole tracce di memoria, che venivano inizialmente riattivate, e successivamente soppresse: è la prima volta che si riesce a isolare il meccanismo adattativo di oblio nel cervello umano.
“Generalmente, si ritiene che pensare o dimenticare siano processi passivi: la nostra ricerca rivela che le persone sono più coinvolte di quanto ritengano nel dare forma a ciò che ricordano della propria vita”, ha commentato Michael Anderson, autore senior dello studio. L’idea che l’atto stesso di ricordare possa causare l’oblio è sorprendente, e ci può fornire utili indicazioni sui meccanismi che controllano la memoria selettiva e sui fenomeni di creazione di falsi ricordi”.

Questa ricerca è molto utile dal punto di vista psicologico perchè mette in luce un processo che spesso emerge sulla poltrona dell’analista: un ricordo più volte richiamato alla memoria solo in alcuni suoi aspetti (quasi sempre negativi) finisce per essere creduto vero, anche se in realtà falsificato e storpiato. Ciò che noi crediamo vero del nostro passato spesso non lo è in toto, ma deriva dalla selezione fatta attraverso i ricordi. E sovente i ricordi sono modificati dalla tendenza generale dell’essere umano a ricordare i fatti brutti e dimenticare le sfumature piacevoli.

LO SCREENING CHE PUÒ SALVARE LE NEOMAMME DALLA DEPRESSIONE
Un test individua i sintomi e permette di avviare subito le cure adatte Diventare mamma comporta cambiamenti nella vita quotidiana e nuove responsabilità. Dopo la nascita del bambino può capitare di vivere momenti di depressione, che la maggior parte delle neomamme riesce a superare in breve tempo. Ma per alcune non è così. Prevenire la depressione post partum e alleviarne i sintomi grazie a trattamenti precoci è possibile, come conferma un recente studio italiano, STRADE (Screening e Trattamento precoce della Depressione post partum), coordinato dal reparto di Salute mentale del CNESPS (Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute) dell’Istituto Superiore di Sanità, con il supporto del CCM (Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie) del Ministero della Salute.
Sei anni di indagini
L’indagine, durata due anni, ha coinvolto circa duemila donne, contattate in strutture di Campobasso e delle province di Treviso e Bergamo, alle quali si sono poi aggiunte volontarie arruolate in tre Centri di Roma: Policlinico Gemelli, Ospedale San Giovanni Calibita-Fatebenefratelli e presidio ospedaliero Grassi.
Nella prima fase, alle donne che frequentavano i corsi di preparazione al parto e i reparti di ginecologia è stato proposto lo screening per individuare eventuali fattori di rischio per la depressione post partum. Hanno aderito 1558 volontarie, contattate poi per lo screening tra la sesta e la dodicesima settimana dopo il parto. Per tutte è stato usato il test EPDS, Edimburg Postnatal Depression Scale (Scala di Edimburgo), che mira a indagare, per esempio, se la donna si è sentita triste o infelice, preoccupata e ansiosa, se ha avuto momenti di paura o panico senza un valido motivo, o se ha problemi a dormire. Al test sono risultate positive 110 donne (7,1%): di queste, 83 hanno accettato di svolgere un colloquio clinico e altri test per la conferma della diagnosi entro la settimana successiva allo screening. Spiega la responsabile dello studio del CNESPS, Gabriella Palumbo: «È stato proposto un trattamento psicologico, di dimostrata efficacia, messo a punto da Jeannett Milgrom, tra i maggiori esperti mondiali in tema di depressione post partum, docente all’Università di Melbourne, in Australia, dove già da tempo si è adottato un programma nazionale di screening sulla depressione post partum».
Intervento multidisciplinare
«Il metodo Milgrom – aggiunge Antonella Gigantesco, coordinatrice del reparto Salute mentale del Cnesps – consiste in un intervento di gruppo (ma si può condurre anche individualmente) che sfrutta le potenzialità dell’auto-mutuo aiuto tra donne e coinvolge anche i partner». Circa i due terzi delle mamme sottoposte al trattamento hanno riportato «miglioramenti clinicamente significativi», valutati subito dopo l’intervento, durato circa tre mesi, e a distanza di sei mesi. «STRADE è il primo studio multicentrico italiano sugli esiti di un  trattamento psicologico che si è dimostrato di provata efficacia – fa notare Angelo Del Favero, direttore generale dell’Istituto Superiore di Sanità – . Contribuisce a far luce sulla conoscenza del problema da parte sia degli operatori sanitari, sia delle donne che vivono con angoscia questi disturbi non sapendo che c’è una risposta per risolverli.
La sensibilizzazione delle future mamme che possono presentare fattori di rischio già durante i corsi di preparazione al parto favorisce l’intervento precoce».
Diverse le figure professionali coinvolte nello studio: dai ginecologi alle ostetriche, dagli psicologi agli psichiatri. «Un intervento multidisciplinare per prevenire e gestire la depressione post partum è fondamentale, specie in Centri di riferimento per gravidanze ad alto rischio» sottolinea Giovanni Scambia, direttore del Dipartimento tutela della salute della donna e del bambino al Policlinico Gemelli di Roma.

STORIA DI ROSY (gruppo di Sesto Calende) – prima parte

La mia storia in un piccolo riassunto. Iniziamo dall’inizio visto che è saltato fuori tutto con la depressione.
Vengo da una famiglia numerosa: tre fratelli e sei sorelle; eravamo emigrati al nord nel 1961 in un paesino piccolo, lavorava solo mio papà perché noi eravamo piccoli. Essendo i primi meridionali arrivati ci tenevano a distanza. Così col passare degli anni abbiamo dovuto costruire una casa con tanti sacrifici e mia mamma ha dovuto andare a lavorare per aiutare a pagare i debiti della casa.
Mi sono ritrovata all’età di undici anni a fare da mamma ai miei fratelli e sorelle (pulizie ed accudirli). Così non potevo giocare come tutte le altre bambine.
Nel frattempo successe una cosa molto brutta. Un parente a me vicino cominciò a molestarmi e continuò così per parecchi anni, perché allora non si poteva confidarsi con qualcuno, quindi ho dovuto subire fino a quando mi sono sposata.
Sono stata molto felice con mio marito, però avevo dentro di me sempre qualcosa che non capivo…..
Per ora vi lascio, finisco il mio racconto la prossima volta. Un saluto a tutti voi. Rosy. 58 anni.

TESTIMONIANZE DI PERSONAGGI FAMOSI

ROD STEIGER, attore
“ Ho sofferto di depressione per dieci anni e per quattro non sono stato in grado di fare altro che fissare l’oceano per tutto il giorno, ma non sono pazzo, né mi vergogno, sono semplicemente umano……. Cominciò dopo un intervento di by pass al cuore, cominciò come una nebbia che si insinuò pian piano nella mia testa.
Quel che so è che questa nebbia diventò così densa che non potevo più vedere……Tutto comincia come un lento scivolare giù e sparire all’interno di te stesso, è come essere dentro una bolla di gelatina ghiacciata, cerchi di gridare e di uscire ma non puoi, affondi ancora più giù e non ti importa di nulla……”

SANDRA MONDAINI, attrice
“……Mi guardavo allo specchio e dicevo <<Non mi piace questa qui che è entrata dentro di me>>……mi sentivo stropicciata come gli abiti e come se puzzassi, e non era vero….. la paure e l’angoscia si sono prese l’intera giornata, solo la sera mi imbottivo di tranquillanti e dormivo. Ma al primo mattino, già dal dormiveglia, eccola lì, la paura, a riprendermi, ormai vivevo in uno stato di panico continuo….”.

PENSIERO DEL MESE

Come vedete, non importa nascere in un pollaio, quando si ha poi la fortuna di diventare cigno.

Hans Christian Andersen

————————————————————————————————————————————————

Anno 7, settembre 2014 N. 72

immagine uva settembre

Cari amici,
per addentrarci meglio nel mondo del volontariato e per meglio raggiungervi con il senso delle nostre iniziative, ho pensato in questo numero di parlare dei gruppi di Arete specificandone le peculiari caratteristiche.
A questo scopo inizio con il distinguere i due tipi di gruppi che si tengono presso le nostre sedi.
Un gruppo di aiuto dedicato al sostegno del disagio personale e familiare, che si svolge con la presenza, come mediatrice, della psicologa, la dott.ssa Chiara Arria.
L’altro gruppo è specificamente di auto-aiuto.

I gruppi di aiuto sono oggi uno degli elementi portanti di una nuova cultura che si sta diffondendo ed affermando in tutta Europa. Questi gruppi, nel caso di Arete specificamente dedicati a persone che soffrono di disturbi depressivi e/o di ansia e ai loro familiari, sono il momento essenziale di un nuovo approccio al disturbo psichiatrico basato sul concetto di fornire un “potere” maggiore all’utente ed alla sua famiglia nella gestione del disturbo stesso.
Il paziente, e il familiare, abbandonano un ruolo spesso passivo e divengono membri a pieno titolo di una micro-comunità nella quale hanno un ruolo da svolgere e alla cui vita partecipano in modo attivo.

autoaiuto
“Nel dare aiuto agli altri, aiutiamo noi stessi”
COSA SONO I GRUPPI DI AUTO-AIUTO?

Un gruppo di auto-aiuto è costituito esclusivamente da persone che hanno problematiche o obiettivi simili e che cercano di affrontare la realtà mettendo in comune le forze per superare ostacoli o situazioni che sarebbero difficili da gestire individualmente.
I gruppi di Auto-aiuto per depressione a ansia sono gestiti dai loro membri in favore dei loro membri e non vi sono interventi di esperti esterni. L’esperto, il protagonista è il paziente che si mette in gioco con la sua storia di sofferenze e di lotta contro la malattia, stabilendo un’alleanza forte con tutti i componenti del gruppo.
Così lo scambio è reciproco e le due parti sono su un piano di assoluta parità.

“Il gruppo di Auto-aiuto diventa un punto di riferimento, un porto sicuro nei momenti di difficoltà, proprio per le caratteristiche e la forza del legame empatico che si stabilisce tra i partecipanti al gruppo” (S.Nokes,1999)

Qualcuno di voi saprebbe scrivere una frase che riguardi l’auto-aiuto dal suo punto di vista personale?
Scriveteci…[email protected]
Giuliana

 

PROGETTI, INIZIATIVE, NOVITA’ ecc.

Con grande gioia e orgoglio annunciamo di essere riusciti a ottenere il finanziamento nei bandi (molto molto esigenti!) a cui abbiamo partecipato come partner (capofila di entrambi l’associazione ADIAPSI).
Siamo molto contenti!!

1 – Progetto rivolto alle persone che si ritrovano ad affrontare i cambiamenti di vita e ruolo che conseguono all’abbandono dell’attività lavorativa e/o al passaggio alla pensione. Sovente, infatti, tali situazioni portano a vivere stati di depressione e disagio profondo.
Per la parte del progetto inerente ARETE saranno organizzate delle serate a scopo informativo e un gruppo di sostegno condotto dalla psicologa, la dott.ssa Chiara Arria.

2 – Progetto Nordic Walking: organizzazione di splendide passeggiate immerse nella natura secondo questo stile di camminata. La fornitura dell’attrezzatura sarà gratuita così come la presenza di un istruttore che insegnerà la tecnica e seguirà i partecipanti passo passo. L’attività si svolgerà in primavera.

PILLOLE DI SAGGEZZA.

“Non proponetevi obiettivi difficili. Spezzate eventuali grossi impegni in tanti piccoli compiti. Fate solo quanto potete e come potete. Non cercate di essere perfezionisti”.
(da “I disturbi dell’umore” di P.L. Morselli, Ed. Fondazione IDEA)

 

PENSIERO DEL MESE (da Linda)

“Quando si fa abbastanza buio,
se c’è serenità d’animo,
si possono vedere le stelle”

 

NOTIZIE DAL MONDO

DISATTENZIONE DA STRESS? COLPA DI UN ENZIMA
Le difficoltà di apprendimento e di memoria legate a uno stato di stress cronico sono dovute all’azione di un enzima che indebolisce i collegamenti fra i neuroni, rendendo inefficienti i meccanismi di plasticità sinaptica necessari all’acquisizione delle nuove informazioni. Questo meccanismo, che ha una funzione di protezione dei neuroni di fronte agli stress acuti, ha effetti negativi quando lo stress si prolunga
È un enzima il responsabile dello stato di irritabilità, difficoltà di apprendimento e labilità della memoria che colpisce chi è sottoposto a uno stress cronico. A identificarlo è stato un gruppo di ricercatori dell’Istituto di neuroscienze dell’École Polytechnique Fédérale di Losanna (EPFL), in Svizzera, che ne hanno studiato l’intensa attività nell’ippocampo, la struttura cerebrale coinvolta nella formazione delle tracce di memoria.Lo stress cronico provoca un massiccio rilascio a livello cerebrale di glutammato, un amminoacido  che agisce come neuromediatore eccitatorio, ossia di stimolo all’attività dei neuroni.     I recettori del glutammato, una volta raggiunti dalla sostanza, attivano un enzima chiamato MMP-9. Questo enzima agisce come una forbice che taglia una particolare tipo di proteine, in particolare la nectina-3.Fisiologicamente, la funzione dell’enzima MMP-9 è quella tipica di un meccanismo di retroazione negativa, cioè destinato a evitare che le elevate quantità di glutammato rilasciate in caso di stress acuto superino una soglia di sicurezza. Se lo stress è cronico, però, la sua azione costante rende inefficiente la plasticità sinaptica essenziale per acquisire in modo duraturo nuove informazioni, provocando i classici sintomi di difficoltà cognitiva legati allo           stress.”L’identificazione di questo meccanismo è importante perché suggerisce potenziali trattamenti per i disturbi neuropsichiatrici legati allo stress cronico, e in particolare la depressione”, spiega Carmen Sandi, che ha diretto lo studio.

IL CERVELLO ALLENATO E LE PLACCHE DELL’ALZHEIMER
Per quale motivo alcuni anziani con placche amiloidi, uno dei principali segni organici della malattia di Alzheimer, mantengono una funzionalità cognitiva normale, mentre altri sviluppano una forma di demenza?
Lo hanno scoperto Jeremy A. Elman del Lawerence Berkeley National Laboratory a Berkeley, in California e colleghi di altri istituti statunitensi: le scansioni di risonanza magnetica funzionale, la tecnica di imaging che permette di evidenziare le aree cerebrali che si attivano mentre un soggetto effettua determinati compiti, mostrano che il cervello è in grado di aggirare l’ostacolo delle placche, purché possa contare su un sufficiente livello di plasticità.
Lo studio, pubblicato su “Nature Neuroscience”, è stato condotto su 22 soggetti giovani e in salute e su 49 adulti più anziani senza segni di declino cognitivo. La risonanza magnetica funzionale ha mostrato che 16 soggetti, compresi nel secondo gruppo, avevano depositi amiloidi.
Gli autori hanno poi utilizzato la stessa tecnica di imaging per osservare l’attività cerebrale dei soggetti durante alcuni test in cui dovevano memorizzare immagini di varie scene e successivamente confermare se una serie di descrizioni scritte corrispondevano a quanto visto in precedenza. “I due gruppi si sono comportati in modo simile durante le prove, ma dalle scansioni è emerso un dato molto interessante in tutti i portatori di placche amiloidi: quanto più era difficoltoso il compito, più risultava incrementata l’attività cerebrale del soggetto”, ha spiegato William Jagust, che ha guidato lo studio. “Era come se il loro cervello avesse trovato un modo per compensare la presenza delle placche”.
Ciò che rimane ancora da chiarire è perché altri soggetti con placche amiloidi non riescano a fare altrettanto. L’ipotesi più probabile, sostenuta dallo stesso Jagust, è che le persone abituate per tutta la vita ad attività cognitivamente stimolanti siano più capaci di adattarsi a un potenziale danno delle placche.

LA PROTEINA DELLA SCHIZOFRENIA
Una forma abbreviata di una proteina chiamata DISC1 (Disrupted-In-Schizophrenia-1) risulta distribuita in maniera unica e caratteristica nelle cellule cerebrali dei pazienti che soffrono di gravi disturbi psichiatrici. Lo sostiene una ricerca pubblicata sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences”. Studi precedenti avevano associato il gene DISC1 alla schizofrenia, ma la proteina prodotta dal gene non era stata ancora studiata negli esseri umani.
Esaminando la corteccia orbitofrontale, una regione del cervello coinvolta nelle emozioni e nel meccanismo di ricompensa, Akira Sawa della Johns Hopkins University di Baltimora e colleghi hanno analizzato la proteina DISC1 durante l’autopsia di individui normali e di pazienti che soffrivano di schizofrenia, disturbo bipolare, e depressione. Alcuni di essi soffrivano anche di abuso di droghe e di alcool. Gli autori hanno identificato una forma breve della proteina DISC1 nei cervelli di tutti i gruppi. Tuttavia, pur non rivelando variazioni nei livelli totali di DISC1 fra un gruppo e l’altro, i ricercatori hanno scoperto distribuzioni alterate della proteina DISC1 breve nelle singole cellule cerebrali. Nei neuroni dei pazienti di depressione e schizofrenia, ma non in quelli con il disturbo bipolare, una percentuale più alta delle proteine si trova nei nuclei. Questo arricchimento nucleare aumenta proporzionalmente alla gravità dell’abuso di alcool o di droga del paziente. Anche se la funzione della forma breve di DISC1 è sconosciuta, i ricercatori sospettano che possa provocare un’errata espressione genica, forse danneggiando i circuiti cerebrali e creando suscettibilità ai disturbi mentali e all’abuso di sostanze pericolose.

_____________________________________________________________________________________________

_____________________________________________________________________________________________

Anno 7, luglio/agosto 2014 N. 70-71

Cari amici,
poveri noi, sembra già autunno! Prepariamoci a questo periodo, brutto per noi.
Non diminuiamo le cure e facciamo il possibile per stare bene, magari con delle belle passeggiate, tempo permettendo.
Giulianaluglio agosto

 

PROGETTI, INIZIATIVE, NOVITA’ ecc.

Progetto per Sesto Calende
Abbiamo preparato, con la nostra psicologa Chiara Arria, il seguente Progetto, che abbiamo presentato in Comune per ottenere un piccolo finanziamento.

Nel Comune di Sesto Calende ARETE si propone di organizzare tre serate di informazione pubblica rivolte alle famiglie che hanno al loro interno un malato di depressione o ansia, ai malati stessi ed alla cittadinanza tutta.

Le serate, previste per l’autunno prossimo, tratteranno dei seguenti argomenti:
Prima serata – Introduzione alle Associazioni di volontariato che operano nell’area della salute mentale, presentazione dei servizi di ARETE e testimonianze dei partecipanti ai gruppi.
Seconda serata – Il valore di saper chiedere aiuto e le dinamiche insite nei gruppi.
Terza serata – Panoramica dei maggiori disturbi psichici dal punto di vista di coloro che aiutano il malato, per fornire loro spunti di riflessione e di comportamento.
Al termine dell’intervento verrà data la possibilità al pubblico di fare domande e di instaurare una discussione sui temi trattati.
Le serate saranno pubblicizzate tramite pieghevoli e locandine distribuite in città, nei quali si specificheranno i titoli e la sede degli interventi, le date e gli orari.
Coordinerà e relazionerà la dott.ssa Chiara Arria, psicologa e psicoterapeuta (analista junghiana), che collabora con l’Associazione.

 

NOTIZIE DAL MONDO

DEPRESSIONE POST-PARTUM
Scoperta una molecola che potrebbe far luce sulla depressione post-partum e suggerire terapie mirate contro questo disturbo che interessa molte neomamme: solo in Italia, si stima siano ogni anno circa 80 mila le donne colpite.

Secondo quanto riferito sulla rivista Neuropsychopharmacology, si tratta della molecola “monoamminossidasi A”, un enzima “forbice” che taglia molecole importanti per il benessere del cervello (serotonina e dopamina). Condotto da Julia Sacher dell’istituto tedesco Max Planck a Lipsia, lo studio dimostra che le neomamme con sintomi palesi di depressione post-partum, anche di grave entità, presentano nel cervello elevate quantità di questo enzima.

La scoperta potrebbe favorire la prevenzione della malattia e anche aprire la strada a terapie mirate.

Dopo la nascita di un bebè tutte le donne vanno inevitabilmente incontro a cambiamenti di umore – i cosiddetti baby blues – anche per il brusco calo nel loro organismo degli ormoni estrogeni che si verifica al parto. Per alcune neomamme, però, non si tratta solo di baby blues ma di veri e propri episodi di depressione maggiore. In Italia, secondo i dati dell’Osservatorio nazionale per la salute della donna, sarebbero ogni anno 55-80mila (il 16%) le neomamme con depressione post-partum. E il dato potrebbe addirittura essere una sottostima perché ancora oggi molte non riconoscono di avere un problema o preferiscono non parlarne, non chiedendo aiuto e supporto ai familiari o ai medici. Gli studiosi tedeschi hanno riconosciuto la presenza di concentrazioni elevate dell’enzima nel cervello di donne che subito dopo il parto hanno manifestato un episodio depressivo. Concentrazioni moderatamente elevate sono state invece riscontrate in donne che – pur non avendo un episodio depressivo – hanno riportato episodi di pianto ricorrente dopo il parto.
Poiché l’enzima taglia serotonina e dopamina, due neurotrasmettitori importanti per sostenere l’umore, la volontà e la motivazione all’agire, è possibile che le sue elevate concentrazioni nel cervello di certe neomamme siano alla base della depressione post-partum. La scoperta potrebbe spiegare perché gli antidepressivi classici che aumentano i livelli di serotonina non sempre funzionano: la monoammina ossidasi A potrebbe essendo in eccesso, ridurre i livelli di serotonina innalzati dai farmaci.

Poiché oggi già esistono farmaci inibitori di questo enzima “forbice”, in una fase successiva questa ricerca potrebbe portare a sperimentazioni cliniche per testarli su neomamme depresse.

Più difficile è usare la molecola come elemento diagnostico perché, concludono gli esperti, per misurarne la concentrazione nel cervello servono test delicati e bisognerebbe trovare un analogo di questa molecola nel sangue o nella saliva.

LA SALUTE MENTALE DEGLI ITALIANI
Peggiora la salute mentale degli italiani per effetto della crisi, mentre quella fisica rimane stabile. Lo afferma l’indagine Istat “Tutela della salute e accesso alle cure” presentata a Roma. ”La depressione è il problema mentale più diffuso e riguarda 2,6 milioni di persone con prevalenze doppie tra le donne in tutte le età.

 

PILLOLE DI SAGGEZZA

Informatevi sempre dal vostro medico se il farmaco che vi ha prescritto può avere effetti collaterali psichiatrici, cioè indurre depressione od ansia. Nel caso bisogna chiedere se esiste qualche farmaco alternativo.
Abbiamo recentemente imparato che le statine, che vengono usate per ridurre il colesterolo nel sangue, anche se non sono incluse nella lista precedente, possono indurre depressione. Questa notizia mi è stata riferita da uno psichiatra e confermata da un cardiologo.

 

PENSIERO DEL MESE

L’amico è colui che entra quando tutto il mondo è uscito
(Winchell)

————————————————————————————————————————————————–

————————————————————————————————————————————————–

 

 

Una risposta a “IL NOTIZIARIO DI ARETE”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.